Intervengono gli autori : V. Lo Scrudato, R. Lo Scrudato
Introduce: L. Rovituso
Lunedì 27 aprile ore 16
c/o Biblioteca I.I.S. PARETO Via B. Verona
L’incontro del circolo Letterario tenutosi presso la biblioteca dell’Ist. Pareto con il prof. Vito Lo Scrudato ha offerto uno spaccato vivido su una delle ferite più profonde, eppure a lungo taciute, della nostra isola. Introdotto dalla prof.ssa Lucia Rovituso, che ha saputo delineare il profilo poliedrico dell’autore — tra saggismo rigoroso e narrazione d’anima — l’evento ha svelato la genesi di un’opera che è, al contempo, indagine storica e monito universale.
Il libro analizza il trauma collettivo del 1492, quando l’editto di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia impose ai Giudei siciliani una scelta impossibile: l’esilio o l’abiura. Ciò che colpisce nella narrazione è la resa magistrale del senso di incredulità: il disorientamento di un popolo che si scopre improvvisamente “altro” in una terra, la Sicilia, in cui era radicato e perfettamente integrato. Lo Scrudato non si limita a riportare i fatti crudi; ne esplora l’eco psicologica, restituendoci l’umanità di chi vede il proprio mondo sgretolarsi per un decreto burocratico e ideologico.
L’asprezza della Storia viene alleviata e nobilitata dal racconto immaginario dell’amore tra due giovani di Cammarata: lui cattolico, lei ebrea. Qui la penna di Roberta Lo Scrudato compie un’operazione coraggiosa: descrive un sentimento puro e libero in un contesto dominato da una cultura patriarcale e da rigide barriere confessionali. Questo innesto narrativo non è solo un abbellimento, ma un’affermazione politica e filosofica: il sentimento umano, quando è autentico, ha il potere di unire ciò che i dogmi e le leggi dividono.
Un aspetto imprescindibile del libro, che riflette lo spessore intellettuale di Vito Lo Scrudato, è lo studio linguistico. L’autore non si limita a scrivere della Sicilia, ma la fa parlare attraverso un recupero filologico di termini e cadenze che evocano il giudeo-siciliano.
La lingua diventa così un ulteriore personaggio: una mescolanza di suoni semitici e dialetto isolano che testimonia, meglio di qualsiasi documento, quanto profonda fosse l’osmosi culturale prima del 1492.
Oltre alla lingua, il libro opera una straordinaria ricostruzione del paesaggio antico, restituendo al lettore una Sicilia antica nella sua geografia che nelle pagine del Preside riemerge con precisione cartografica. Particolarmente suggestivo è il riferimento alla zona di Maghara, con il suo castello che fu sede dei Cavalieri Teutonici: un dettaglio che ha suscitato viva curiosità nel pubblico. Questa attenzione alla toponomastica e ai luoghi non è un semplice esercizio di stile, ma serve a ricollocare fisicamente i personaggi in uno spazio reale, rendendo il dramma della diaspora ancora più concreto. Vedere quei luoghi, oggi mutati o scomparsi, attraverso gli occhi dei protagonisti ci permette di avvicinarci all’immagine antica di un territorio verdeggiante, mosaico in evoluzione di culture e presenze militari, religiose e civili.
In definitiva, L’Editto della Diaspora non è solo un romanzo storico, ma un’opera necessaria. Ci ricorda che la storia della Sicilia è una storia di stratificazioni e che ogni pretesa di “purezza” è, in realtà, un impoverimento. Come emerso dal dibattito, il messaggio del libro resta drammaticamente attuale: il dramma di chi è costretto ad abbandonare la propria terra rimane una costante umana che solo il recupero della memoria e la forza dei legami personali possono sperare di lenire.
